Vorrei raccontarti una storia.
È accaduta quest’anno al Festival della Sacralità Femminile e, come Custode, sento di poterla raccontare solo a partire da ciò che ho visto, attraversato e sentito.
In particolare, da ciò che è accaduto durante il Rituale che ho offerto alle donne al laghetto della Dea.
Il tema del Festival quest’anno era il Vuoto: l’Etere, il quinto elemento, che veniva a completare un ciclo di cinque anni.
E il Vuoto ci ha fatto lavorare in un modo che non avevamo previsto. Ci ha prese sul serio e ci ha girate a testa in giù, lasciandoci per un momento appese, appese all’ignoto e al sentire.
Prima di partire mi ero chiesta cosa avrei portato con me.
Come alchimista dell’Arte dell’Anima viaggio sempre con colori, pennelli, carte, spezie, ciotole, conchiglie. Valigie piene di piccoli tesori, che per me invitano all’abbondanza della creatività e della vita.
Questa volta, però, qualcosa dentro di me diceva: non prendere tante cose.
Torna all’essenziale. Accetta di non sapere. Spogliati persino degli strumenti che per tanto tempo mi ti hanno identificata.
Alla fine sono partita con una brocca bianca, una conchiglia, una manciata di fagioli, curcuma e fiordaliso.
Quasi niente, per me.
E lo stesso è accaduto con il rituale.
Una voce interiore continuava a suggerirmi di lasciare andare il bisogno di sapere cosa fare. Di fidarmi che, una volta lì, qualcosa mi avrebbe guidata.
Arrivata nel villaggio nascosto tra le colline toscane, ho sentito che il Rituale che avrei offerto alle donne sarebbe stato co-creato con il Grande Mistero.
Il Vuoto non era più soltanto il tema del Festival. Era ciò che stavamo vivendo.
Uno spazio-grembo di puro potenziale, che ci chiedeva di lasciare andare forme, identità e certezze conosciute per aprirci a ciò che ancora non conoscevamo.
E insieme, un maestro esigente, che ci portava proprio sulla soglia dei nostri attaccamenti: lì dove qualcosa deve essere lasciato andare perché qualcos’altro possa avere spazio.
Non era la prima volta che incontravo il Vuoto così da vicino. Nelle mie iniziazioni più profonde era già apparso: come perdita, mancanza, verità, possibilità. Ma questa volta lo stavamo attraversando tutte insieme, mano nella mano. Ascoltando. Accogliendo.
Poi è arrivato il momento del Rituale che avrei guidato per le donne presenti.
Nel bosco avevo trovato un piccolo laghetto scavato nella terra, con la forma di un grembo.
Il grembo della Dea.
Nelle immagini più antiche della Dea primordiale, vita e morte appartenevano allo stesso ciclo: la Dea generava la vita, la accoglieva nuovamente in sé e la rigenerava.
La Dea è bianca e nera, luminosa e oscura, piena e vuota, e di tutti colori insieme.
Eravamo circa ottanta donne intorno all’acqua.
La terra in alcuni punti era arida, quasi impossibile da plasmare. Dove invece passava un filo d’acqua diventava fango, materia viva, argilla.
Le donne erano libere di contattarla senza dover arrivare a nessuna forma premeditata.
Niente da dirigere.
Niente da produrre.
Niente da dimostrare.
Solo sostare con la vita della materia e affidarsi al mistero.
Solo acqua, terra, pelle, sole e sorellanza. E la libertà di non sapere.
Poco a poco la terra è diventata argilla, pittura, tatuaggi sacri sui corpi.
Non si parlava. Per un po’ abbiamo lasciato riposare le parole per lasciare spazio agli altri linguaggi che abitano il corpo.
L’acqua ci ha accolte.
Ci siamo fatte vasi, spirale, risate, lacrime, serpentesse, curve, ritmi, portali.
Alla fine del proprio personale passaggio, offrivo a ogni donna un seme – la sua essenza – da piantare intorno al laghetto.
Una costellazione di stelle sotto terra.
E poi fiori e spezia dorata sul cuore.
Ma ciò che porto ancora con me sono soprattutto gli sguardi.
Occhi dentro i miei occhi.
Profondi. Veri. Lavati dal superfluo.
Davanti ai miei occhi era apparsa una co-creazione che nessuna di noi avrebbe potuto immaginare.
Un pianeta di donne artiste che correvano con il sole e con le ombre.
Ognuna nuda con la propria essenza. Autentica. Splendente. Viscerale. Vitale.
Per un attimo ho avuto la sensazione di stare vivendo un sogno ad occhi aperti.
Poi ho sentito il fango asciugarsi sul mio viso e sulle mie braccia.
Ho sorriso. Ho respirato.
No.
Non era un sogno.
Era la realtà che, insieme, avevamo scelto di vivere e di chiamare.
Grazie per la fiducia. Il Vuoto. La Vita.
Ringrazio Federica Clemente, che ha dato vita al Festival della Sacralità Femminile, con la sua potente visione; le mie sorelle Custode per aver co-creato e amato insieme questa trama (Jennifer, Paola, Alba, Antonella, Laura, Debora, Luisa, Sara, Francesca Maria, Kiki, Vanessa)























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